Dopo anni che non tornavo a Lisbona, sono finalmente riuscito a curare la mia carenza di bacalhau nel sangue, nonché a rimpolpare il lato lusofono della mia biblioteca: fra i tanti acquisti, questo O Português que nos pariu, successo editoriale brasiliano di quest'anno. Già il titolo non è male: Il portoghese che ci ha generati, richiama uno dei più comuni insulti portoghesi ovvero puta que pariu, dove quel "puta" che generò l'oggetto dell'insulto credo non necessiti traduzione.
Si tratta di un riassunto della storia portoghese "in salsa carioca" ovvero rivisitata da una giornalista di Rio che ricerca nei momenti "topici" le radici del carattere e della società brasiliana: a partire dai colori della bandiera gialla e verde che non rappresentano (come mentono i libri di scuola, con buona tradizione internazionale) l'oro e le coltivazioni, ma semplicemente i colori araldici della casa regnante ai tempi dell'impero portoghese; casa regnante (i Bragança) che viene definita come perfettamente brasileira: metà di loro erano beghini e conservatori, l'altra metà "surfisti" preoccupati solo di passare il tempo a divertirsi con la corte, magari sulle spiagge che qualche secolo dopo diventeranno Copacabana.
Pur parlando sempre dei brasiliani con un "noi" che può sembrare quasi compiaciuto, l'autrice non risparmia le critiche ai propri connazionali: quando raccontando delle varie invasioni di celti, latini, visigoti, arabi... che hanno formato quella che non si sa come qualcuno definisce "razza portoghese", cita la tanto sbandierata ma non si sa quanto reale "uguaglianza razziale" fra le diverse tonalità di pelle presenti all'ombra del Cristo Rei; o quando narra della storia della umanissima tradizione di "sgozzare i nemici", tuttora praticata in diversi quartieri e penitenziari brasiliani, e appresa dagli infedeli musulmani, per i quali il taglio della gola nemica era un dovere coranico (secondo il santo libro per risparmiare sofferenze...)
E neanche il mio campanilismo genovese può restare serio quando, parlando delle scoperte geografiche e dell'impresa di Colombo (che i portoghesi non vollero finanziare, mandandolo in tutti i sensi a quel paese) l'autrice chiede al lettore cosa penserebbe se, forzando l'analogia, ai nostri giorni un volo diretto a Calcutta (ovvero nelle vere Indie), finisse nei Caraibi...
Bello, leggero e divertente, ma anche completo ed esaustivo.
Sorvolando il fatto che i termini e le espressioni prettamente brasiliane hanno messo non poco in crisi il mio portuguezinho da turista appreso bene o male no continente: e una nota del traduttore (già, traduttore: quella che ho comprato è la versione portoghese "per portoghesi" e non "per brasiliani") avvisa che i termini e le forme brasiliane non sono state modificate, ci si è limitati a ritoccare un po' l'ortografia...
Si tratta di un riassunto della storia portoghese "in salsa carioca" ovvero rivisitata da una giornalista di Rio che ricerca nei momenti "topici" le radici del carattere e della società brasiliana: a partire dai colori della bandiera gialla e verde che non rappresentano (come mentono i libri di scuola, con buona tradizione internazionale) l'oro e le coltivazioni, ma semplicemente i colori araldici della casa regnante ai tempi dell'impero portoghese; casa regnante (i Bragança) che viene definita come perfettamente brasileira: metà di loro erano beghini e conservatori, l'altra metà "surfisti" preoccupati solo di passare il tempo a divertirsi con la corte, magari sulle spiagge che qualche secolo dopo diventeranno Copacabana.
Pur parlando sempre dei brasiliani con un "noi" che può sembrare quasi compiaciuto, l'autrice non risparmia le critiche ai propri connazionali: quando raccontando delle varie invasioni di celti, latini, visigoti, arabi... che hanno formato quella che non si sa come qualcuno definisce "razza portoghese", cita la tanto sbandierata ma non si sa quanto reale "uguaglianza razziale" fra le diverse tonalità di pelle presenti all'ombra del Cristo Rei; o quando narra della storia della umanissima tradizione di "sgozzare i nemici", tuttora praticata in diversi quartieri e penitenziari brasiliani, e appresa dagli infedeli musulmani, per i quali il taglio della gola nemica era un dovere coranico (secondo il santo libro per risparmiare sofferenze...)
E neanche il mio campanilismo genovese può restare serio quando, parlando delle scoperte geografiche e dell'impresa di Colombo (che i portoghesi non vollero finanziare, mandandolo in tutti i sensi a quel paese) l'autrice chiede al lettore cosa penserebbe se, forzando l'analogia, ai nostri giorni un volo diretto a Calcutta (ovvero nelle vere Indie), finisse nei Caraibi...
Bello, leggero e divertente, ma anche completo ed esaustivo.
Sorvolando il fatto che i termini e le espressioni prettamente brasiliane hanno messo non poco in crisi il mio portuguezinho da turista appreso bene o male no continente: e una nota del traduttore (già, traduttore: quella che ho comprato è la versione portoghese "per portoghesi" e non "per brasiliani") avvisa che i termini e le forme brasiliane non sono state modificate, ci si è limitati a ritoccare un po' l'ortografia...








